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E' il blog dei viaggiatori, dei sognatori, come Claudio Baglioni, come tanti, come me, di chi crede che oltre non c'è il nulla nè un totale, ma solo un altro sogno da inseguire...

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sabato, dicembre 23, 2006

Tutti qui - Roma - 22 Dicembre 2006
C'era una magìa speciale ieri sera a Roma, per l'ultimo atto di Tutti qui 2006. Un freddo pungente ha accompganato la lunga fila (i cancelli sono stati aperti per i Clabbers quasi alle 18.45) ma l'attesa è stata ripagata con una sorpresa che porterò nel cuore in questo tempo di festa e oltre.
Un piccolo regalo da scartare con gli occhi era pronto per noi sugli spalti del palazzetto, la calda voce di Claudio già giungeva nitida e rassicurante, ma era la sua presenza fisica a stupirci e a lasciarci quasi basiti.
Era seduto sugli spalti, maglietta a mezze maniche e pantaloni neri, con il microfono davanti e a sè e l'inseparabile chitarra e cantava dispensando a tutti sorrisi, divertendosi a vedere le nostre facce stupite.
Gli uomini della security ci hanno fatto disporre piano piano in cerchio attorno a lui, seduti sugli spalti ed un silenzio rispettoso e ammirato ha accompagnato la sua esibizione, breve, ma densa di emozioni.
Per me è stato come sospendere per qualche minuto i pensieri, il gelo addosso, uno stato fisico non proprio ottimale, la stanchezza del tanto viaggiare. Stare seduto tre sedie accanto a Claudio, guardandolo strimpellare la chitarra, non capita tutti i giorni. Ha cantato "Stai su" e per concludere la sua esibizione che, probabilmente era già iniziata a porte chiuse tra pochi intimi, gli è stato chiesto di eseguire un pezzo non incluso nella scaletta del concerto. Lui, con lo sguardo tra l'imbarazzato e il divertito, ha scelto Lampada Osram, eseguita con una voce come sempre cristallina ed emozionante e una faccia e un gesto irripetibili hanno accompagnato la fine della sua esibizione come per dire :visto come sono stato bravo :-) per poi esclamare, guardando l'orologio:-"Grazie a tutti, il concerto è finito. Ora andiamo sul palco, dobbiamo cantare!".
Poi andando via, prelevato dai suoi secondi, scherzando ha detto: "mi raccomando firmate la liberatoria", riferendosi al fatto che il tutto è stato ripreso da svariati operatori, con tanto di interviste finali ai fans, che probabilmente andrà a finire in qualche prossimo dvd.
Voglio sottolineare che tutto si è svolto con una calma quasi irreale, una correttezza esemplare che credo facciano onore al pubblico dei Clabbers. Non vi sono state scene di inutile isterismo ma il rispetto per l'artista è stato veramente encomiabile. Penso che occasioni simili, rare perle di contatto vero fra l'artista ed il suo pubblico, costituiscano occasioni da preservare in uno scrigno e stavolta, va dato atto ai clabbers presenti di essersi saputo meritare un momento cosi bello.
L'ultima data romana è stata veramente straordinaria in termini di voce, di spettacolo, di calore del pubblico, con tanto di gran finale natalizio con coriandoli colorati che scendevano dall'alto e tutti gli artisti a centro palco a ringraziare per questa ennesima avventura conclusa. E' stato bello anche vedere l'entusiasmo della signora Silvia che, seduta in prima fila, ha tenuto il tempo con le mani per tutto il concerto cantando molte canzoni. Chissà cosa sarà passato per la sua mente quando ha visto scorrere le immagini di Claudio bambino che oggi, come allora, continua a dispensare soprese e doni dal sapore unico a chi ha la fortuna di incrociare anche per un attimo la sua strada.
Alex
 


martedì, dicembre 19, 2006

Io e voi, amici per la musica

di Claudio Baglioni

Secondo un pensatore davvero immortale l’amicizia è un’anima che abita due corpi. Non so dire perché, ma a questo ho pensato leggendo le parole con le quali avete inondato il blog del Tirreno. Detto tra noi: non avevo dubbi sul fatto che mi avrebbero colpito (e, in qualche caso, anche affondato), ma davvero non immaginavo sarebbero state così tante!

Pensavo alla musica. Al fatto che lei di corpi riesce ad abitarne ben più di due. E’ lei, dunque, l’amica più grande. Lo so, forse il sillogismo è un tantino tirato per i capelli, ma credo che le sue conclusioni siano ugualmente corrette. Poche cose, come la musica, sanno incarnare il valore alto dell’amicizia. Forse il più alto tra quelli concepiti dall’uomo. La musica sa parlare. Il suo linguaggio, verbale e non verbale (un grappolo di note, una progressione armonica o anche un semplice suono), riesce
sempre trovare leparole giuste. Non solo. Spesso riesce a cucirle insieme in un modo così unico e irripetibile che sembra quasi che quelle parole le abbia inventate lei e che lo abbia fatto solo per noi. Una sensazione che, a volte, nemmeno la grande letteratura riesce a trasmettere con altrettanta forza, immediatezza e profondità.

Ma sa anche tacere.Se la ascoltiamo con attenzione ci rendiamo conto che, spesso, i silenzi sono importanti quanto i suoni. Proprio come in una di quelle conversazioni che ci mettono in gioco, quando le pause contano come o addirittura più delle parole, perché ci danno il tempo di mettere meglio a fuoco i pensieri, riorganizzare le emozioni e suturare certe ferite.

E, cosa ancor più importante: la musica sa ascoltare. Sembra un paradosso, ma non è così. Al contrario. Credo sia proprio questa la sua qualità più intima e più nascosta. La sua qualità migliore. Mentre lei va, dentro di noi la materia sconosciuta e affascinante che dà vita ai pensieri si mette al  lavoro. A volte è proprio sotto la spinta della sua sublime maieutica che prendono vita le nostre intuizioni migliori. Di quanti tra gli amici che conosciamo possiamo dire le stesse cose?

Ma c’è ancora una cosa che rende la musica grande come nient’altro: la straordinaria e assolutamente unica capacità di annullare ogni distanza. La distanza fisica: i chilometri o i centimetri (non fa molta differenza) che separano lo scorrere delle nostre esistenze; la distanza culturale: la musica è l’unica lingua che tutti riescono a comprendere e che chiunque può parlare, anche senza conoscerne grammatica e sintassi; la distanza temporale, tra chi ha vissuto epoche diverse, ma anche chi - come noi - vive la stessa stagione da dietro lo specchio, talvolta deformante, di diverse generazioni.

E questo emozionante blog ne è una piccola, ma entusiasmante, conferma. Personalmente non ci conosciamo eppure ci diamo del tu e ci parliamo come se ci conoscessimo da sempre. E, probabilmente, è davvero così dato che  - grazie alla musica - abbiamo condiviso più parole, pensieri, sensazioni ed emozioni di quanto non ci sia capitato di fare con molte tra le persone al fianco delle quali ci capita o ci è capitato di camminare. E, come accade per i sogni, nessuna esperienza è mai stata più
reale.

La chiamano musica leggera. Forse non a torto. E’ leggera, è vero. Proprio come quel soffio vitale (psiche) che per gli antichi greci era l’anima. Non sarà, forse, proprio per questo soffio leggero che noi, oggi, ci sentiamo un’unica anima che abita tanti corpi? Amici, allora? Amici.

da http://iltirreno-blog.temi.quotidianiespresso.it/2006/11/27/baglioni-ai-lettori

martedì, dicembre 05, 2006

HERBERT MARSHALL

Tutto il tuo dolore, Louise, e l'odio per me
nacquero dalla tua illusione che fosse capriccio
dello spirito e disprezzo dei diritti della tua anima
a spingermi verso Annabelle e lasciarti.
In realta' tu arrivasti a odiarmi per amore,
perche' ero la gioia della tua anima,
formato e temprato
per risolverti la vita, ma non volli.
Tu invece eri il mio strazio. Se tu fossi stata
la mia felicita', non mi sarei forse aggrappato a te?
Questo e' l'amaro della vita:
che solo in due si puo' essere felici;
e che i nostri cuori sono attratti da stelle
che non ci vogliono.

(Antologia di Spoon River - Edgar Lee Masters)

 

Herbert non aveva voce per parlare. La vita che era finita gli fece capire l'odio, forse l'amore, il tempo che tutto si portò via, la mano del destino che donava le sue carezze. Non a lui, non a lei. Sempre agli altri. Ma chi non è stato un pò Herbert, Louise e Annabelle? Ed è forse meno dura l'attesa di un attimo sentito come un'eternità, se l'eternità sa trasfigurarsi in un attimo? O è forse questo il suo pecorso,  questa la sua missione, questa la sua massima aspirazione possibile. Il salto più lungo da fare è quello che non spiccò mai. Però in fondo fu meglio per Herbert ritrovarsi a parlare al cielo stellato, stando sdraiato nella nuda terra, che non aver mai vissuto ciò che perse.

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