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E' il blog dei viaggiatori, dei sognatori, come Claudio Baglioni, come tanti, come me, di chi crede che oltre non c'è il nulla nè un totale, ma solo un altro sogno da inseguire...

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venerdì, agosto 25, 2006

Sul Corriere della Sera di ieri Claudio Baglioni è intervenuto personalmente
sulle polemiche relative a O' Scià, come riportato anche da www.patapan.it
Alex



"Il mio festival-denuncia non ha sigle nè bandiere"

Baglioni replica al «Secolo»: la tre giorni di musica a Lampedusa è un modo
per sensibilizzare la politica

La polemica, come il sale, dà sapore. Ma un piatto di solo sale sarebbe
immangiabile. In politica, però, sempre più spesso accade. Tempo prezioso si
spreca a battibeccare. Mentre il cronometro della storia corre avanti. E i
problemi si fanno ingovernabili. L'immigrazione clandestina è uno di questi.
Un dramma per i Continenti della disperazione, i cui figli, cercando un
senso alla parola «futuro», a rischio della vita, approdano sulle coste
dell'occidente ricco. Un dramma per noi. Se non saremo capaci di politiche
illuminate, dovremo affrontare gli squilibri e le tensioni, creati da una
insostenibile pressione migratoria. Un dramma, dunque, non solo africano. E
che richiede una risposta europea.

Non sono un politico, non sono un economista, non sono uomo di governo. Sono
un musicista. Non spetta a me individuare certe soluzioni. Non ne ho gli
strumenti, né il ruolo. Quello che posso fare - e faccio - è sollecitare una
riflessione, sottolineare un'urgenza, richiamare a una assunzione di
responsabilità.

Per questo, da quattro anni organizzo una manifestazione che si chiama
«O-scià». Tre serate, gratuite e aperte a tutti, di musica dal vivo sulla
spiaggia della Guitgia a Lampedusa. L'obiettivo è semplice e non accetta
censure: invitare Istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica a
non trascurare l'emergenza immigrazione clandestina e a unire intelligenze
ed energie per individuare ipotesi di soluzione. Non rappresento, non
sponsorizzo, né propongo alcuna linea o visione politica. Conosco il disagio
di chi vive e il dolore di chi approda a Lampedusa e, in nome di quel
disagio e di quel dolore, chiedo: cosa si può fare? Un primo risultato è
stato ottenuto. Il 13 settembre prossimo, a Bruxelles, si terrà una
conferenza stampa internazionale su questo tema e un concerto, nell'emiciclo
dell'Europarlamento, per sollecitare le Istituzioni europee a non
considerare l'immigrazione clandestina un male necessario e inevitabile.

Lo faccio senza la protezione di alcuna sigla, senza sventolare alcuna
bandiera, semplicemente in nome del bisogno che questa nostra umanità ha di
darsi più umanità. Mi permetto di sfruttare la visibilità che la mia
condizione privilegiata mi concede per chiedere alla politica di fare ciò
per cui è nata: affrontare e, possibilmente, risolvere i problemi e
concorrere a costruire un mondo migliore. Lo so: l'indipendenza, almeno in
politica, non paga. Non c'è scandalo nemmeno in questo. Non ho mai avuto
tessere e non ho mai sbandierato fedi. Ho scontentato tutti e mi sono
esposto agli attacchi di tutti. La mia «maglietta fina» è stata nera, rossa,
bianca e verde a seconda della convenienza di chi mi giudicava. Fa parte del
gioco. Va bene così, anche perché il persistere di certe valutazioni
dimostra che non ho mai abdicato alla mia coerenza e alla mia libertà di
pensiero.

In questa vicenda sto dalla parte dei dimenticati. I lampedusani: da sempre
italiani di serie B, dei quali ci ricordiamo solo durante la dolorosa
stagione degli sbarchi. E il popolo, senza passato e senza futuro, delle
carrette del mare. Mi piacerebbe davvero che, di fronte a un dramma di
questa portata, ci scoprissimo capaci di mettere da parte le divisioni e
capaci di unire sforzi, intelligenze, energie per approdare a soluzioni per
una prospettiva migliore. Per il futuro di chi c'è e per quello di chi
arriva. Magari costruendo un mondo nel quale per sopravvivere non si sia
costretti ad abbandonare la propria terra. E, soprattutto, mi piacerebbe
che, almeno una volta, dimostrassimo che, quando il dito indica la Luna, non
siamo tra quelli che si perdono a guardare il dito.

di CLAUDIO BAGLIONI

domenica, agosto 20, 2006

E sembra non ci sia più nulla da dire. Più nulla da comunicare al mondo. Il mondo che non legge, che non capisce, quello che gira sempre e comunque.  Lanciare un messaggio in una bottiglia, nel mare, sogno di un qualcosa da avvenire, da venire, sogno di saper come finire e non chiedersi mai più perchè quando si dovrà cominciare.E non ci separeranno le lame di vento che hanno tentato di impedire il mio peregrinare fra isole cosi sole da apparire macchie d'oasi nella sabbia sterminata di un deserto. E nemmeno le parole cosi sciocche, senza senso alcuno che quello di ferirsi. Forse il tempo, quello solo potrà annullarci, chiuderci, in quella bara di cristallo, trasparente come il mio cercare, cercare e mai trovarti veramente. Ci sta provando ma anche il tempo suda le sue pene. Perchè sono io qui, a combattere la mia battaglia, ancora una volta immensamente solo.

giovedì, agosto 03, 2006

La barca Ester

Ho riportato a casa l'immagine di una barca. Mi è parso, non appena i miei occhi si sono posati sullo scafo dal colore incerto e  corroso dalla salsedine di tanti estati e inverni in mare, uno di quei relitti abbandonati che dormono a pancia in giù, stremati da lunghi viaggi clandestini. Tnate ne vidi di simili. Il motore stentava a partire, tossendo, nella baia davanti all'isola, un filo di gas per superare il vascello dei pirati-turisti, a solcare la patina oleosa del mare azzurrino. Troppo bollente per essere un mare. Troppo freddo per essere del tutto amico, come in tanti tempi in cui dalla bassa scogliera gli dipingevo ombre dinanzi con gli occhi velati. Si udivano pianti e risate di bambini che morivano nel sole ed anche quella luce diafana del primo mattino sembrava allontanarsi con essi, man mano che quell'assurdo legnetto riverniciato male sollevava i suoi lombi come uno stantuffo moribondo sulle prime ondicelle solitarie. Su un fianco, avevo intravisto, avanzando sul molo scalcagnato e grattato dal sale, quasi nascosto il suo nome. “Ester” si chiamava, come il personaggio biblico, “colei che nasconde”, “luce nascosta” ed anche “mirto”, la pianta delle virtù che è però molto amara. Forse mi nascondeva qualcosa quella barca, o mi rivelava, o di me si burlava. Eppure mi ha fatto, per un breve tempo, veleggiare senza vela, volare senz’ali, correre senza fiato per andare. La sedia cigolava attorno e una vecchia tanica arancio, da cui traboccavano fili d’olio, ondeggiava gracchiando. E poco gas per andare avanti. L’acqua cristallina lambiva delle rocce appuntite come coltelli biancastri e chiazze di nafta rappresa su cui tanti gabbiani grigi si son posati. E chele di granchio rinsecchite e valve di noci ormai stinte. La barca impotente e stempiata faceva lo slalom fra meduse violacee grandi come un pugno. Poi in una secca di ghiaietta e sabbia, gli scalmi arrugginiti hanno accolto, saldi, due remi. E’ bello vederli rifrangere nel mare, pare che si spezzino e che gli sforzi per riportare la rotta siano vani del tutto. E come è difficile a volte, domare anche la calma più piatta, se non si sa dove andare. E la barca non lo sapeva e il rematore nemmeno.E quando è tornata a riposare al molo assolato del primo pomeriggio, una vecchia gomena ne ha stretto i fianchi alle sue sorelle e cosi l’ho lasciata. Guardandomi un po’ di volte indietro, nei passi sudati.

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