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E' il blog dei viaggiatori, dei sognatori, come Claudio Baglioni, come tanti, come me, di chi crede che oltre non c'è il nulla nè un totale, ma solo un altro sogno da inseguire...

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venerdì, luglio 21, 2006

Porte chiuse

Chiudo le porte per qualche tempo. Che qualcuno annaffi le piante. Le chiavi sono sotto lo zerbino. Ah, mi raccomando controllate se ho spento il gas prima di andare. Evitate di accendere la luce se non ne siete certi. Potreste fare un botto. C'è sempre dietro l'angolo il rischio di saltare. Allora dobbiamo stare attenti. Ed aspettare. Aspettare che arrivi domani e che nel frattempo tutto sia rimasto come prima. O forse dobbiamo augurarci che tutto cambi. Questo è il dilemma che ciascuno si porta dentro. E c'è anche chi non lo considera un dilemma e decide di non aspettare e di aggredire il tempo. Intanto questo tempo mi dice che è ora di andare. In una partenza c'è sempre l'ignoto davanti a sè e il dolce rumore di una porta che sbatte alle proprie spalle. Ma se non sentiamo l'aria che ci spinge è inutile partire. E allora le porte che troverete chiuse avranno visto le mie spalle allontanarsi. Ma racchiuderanno sempre un pò della mia essenza. Anche qui, forse piu che altrove, in giro per la strada.

domenica, luglio 16, 2006

Già visto

Mi sembra di aver viaggiato. Caldo. Il filo sottile del nervosismo che mi pervade. No, erano solo sensazioni trasmesse da lontano. O forse davvero me ne stavo lì, a rigirarmi su un lenzuolo che sembrava carta moschicida. E si attaccavano persino le idee volanti che sapevano sempre della solita malcelata ansia. Scene già viste. Paura di rifare quel sogno. E di tirar fuori tutti quelli che mai ho raccontato perchè mi sembravano cosi veri da essere orribili. Voglia di spaccare il catenaccio di quella porta di legno. L'altra notte, quando ho sentito la camicia gonfiarsi di vento, sembrava di udirti alitare. Il tuo grido disperato l'ho capito in ritardo. Facevo fatica a vivere e la faccio ancora oggi che non so più se mi trovo in un viaggio reale o finto o statico o altrui o soltanto vorrei essere in ognuno di tutti questi o in nessuno. Vedo sempre pezzi di strada gia percorsi assieme. Eppure sono stati cosi pochi. Metri di una distanza siderale. Gocce di un mare impossibile da coprire persino con uno sguardo. Caldo ancora. Mi rigiro in una stanza anonima, le pareti sembrano cadere giù, pietre squadrate di un casa antica. Posso sempre sperare di salvarmi nelle pieghe di uno spazio, ma mai in quelle del tempo. Esse stanno lì, o qui, o non so esattamente dove, ad ammonirmi ancora. Mi avvisano i campanelli d'allarme che sto per percorrere di nuovo quei metri. E chiudo gli occhi per lasciarmi prendere da un finto sonno d'estate, perchè non devono tornare a scoprirmi quelle folate. Non devono tornare.

 

Claudio Baglioni
SCRIVE SU "FAMIGLIA CRISTIANA"

L'isola dei disperati

Lampedusa è una barca. Bella, ma logora e stanca. Da troppo tempo in balìa delle correnti d’alto mare. Da troppo lontana da un porto riparato. Sembra impossibile che resista ancora, tra gli umori instabili di un mare padre e patrigno (che è tesoro e galera insieme) e un cielo che, promette l’infinito, ma, poi, ti lascia annaspare in una quotidianità asfissiante e praticamente priva di sbocchi.

Una barca poco più grande di quelle che, con devastante regolarità, scaricano sulle sue (ma dovremmo dire le nostre) coste i "privilegiati" dei continenti della disperazione. Privilegiati, perché sono tra i pochissimi che riescono a lasciarsi alle spalle la loro delirante realtà e bussare, vivi, alle porte della speranza.

Più barche, un unico mare. Tra tutti il più difficile da navigare: l’indifferenza. Stesso mare, stesso miraggio: un faro che, finalmente, segnali un approdo sicuro, dove gettare l’àncora, scendere a terra e ricominciare a vedere se è vero che la vita può avere un senso.

È ovvio che le condizioni tra chi lotta per un futuro migliore e chi si accontenterebbe semplicemente di averlo, un futuro, sono profondamente diverse. Ma il bisogno è lo stesso: che noi ci accorgiamo di loro. Noi che siamo riusciti a riparare in un porto sicuro da così tanto tempo da aver ormai dimenticato cosa significhi cercarne uno. E, cosa ancora peggiore, da non avere più molta voglia di ricordarlo. Lampedusa e le carrette della disperazione condividono soprattutto questo: l’invisibilità.

Invisibili agli occhi, ai cuori, alle coscienze. Invisibili a tutto tranne che ai radar delle motovedette e a telecamere che non possono far altro che fare cronaca della loro disperazione e del nostro disagio. Una cronaca che misura l’incapacità di chi dovrebbe intervenire per sanare certi osceni squilibri mondiali e lavorare per costruire "pari opportunità" e prospettive possibili. Nei continenti della disperazione, prima ancora che da noi.

Claudio Baglioni

 

 

martedì, luglio 11, 2006

Campioni

Sono campioni. Ma siamo anche tutti campioni. Come nella notte afosa di Madrid, saltellava il Presidente, bambino piu di me, e agitavo una bandierina che ancora portava stampata l'epopea degli eroi del Messico, forse i più felici della storia per un secondo posto. Quello che di solito regala lacrime. E oggi un campionissimo perde la testa e regala la più autentica immagine di questo mondiale, quella di un sogno sfumato, la vittoria che ti passa accanto e tu getti tutto via in una testata, come la vita, sai che se sbagli nessuno ti perdonerà, ma l'errore è dietro l'angolo e tu dai un calcio a tutto perchè non puoi esser felice a lungo e non puoi aver tutto. Ma quel tutto è in realtà sabbia che si perde fra mani screpolate. Tutto è davvero un nulla. Flash che passano, urla che passano scavalcando qualche decennio e mezzo, come se non fosse passato il tempo ed io fossi lì ancora con la bandierina in mano, la faccia di Mazzola sbiadita dal tempo ed ora la sua voce roca che mi fa sorridere e a volte sbuffare. Abbiamo alzato la coppa su noi stessi in fondo. Solo se quell'oggetto prezioso ed inutile sia anche e veramente nostro. Sono campioni. Ma siamo campioni. Sono campione. Mi ci sento anche io, meno di quell'11 luglio, dove ero già per strada andando incontro a qualcosa di mai visto prima, non c'erano le trombe, non i cellulari che servivano per chiamarci come la notte dell'ultimo dell'anno. E segnò Breitner, il gol della disperazione, ma eravamo già tutti in strada. Niente poteva più trattenere i piedi che sognavano di dar calci ad una palla color  arancio tra quattro tubolari e due ruote di autocarro in un campetto sena asfalto nel cemento. Non me lo portavano più quello scampolo di felicità. E sono andato a combattere, mondiale dopo mondiale, perchè tornasse quella voglia di sognarmi ancora lì. Non è più tornata forse. Nemmeno l'altra, mi guardavo attorno e non sapevo bene cosa fare. Non capivo perchè stavo dentro ad una sorta di autocelebrazione. Ma anche una autocommiserazione collettiva. Perchè domani saremo ancora noi stessi, i soliti menefreghisti, quelli che non sapranno più cosa saranno stati una bandiera divisa in due, o il tetto di un'auto scalcagnata a farci stare dieci anime urlanti nella notte, o un cuore strappato a metà, o un matto che ti spara addosso, o una istantanea senza un perchè, o sentire un cuore solo in un corpo sudato. In quanti torneremo a farci le domande di sempre. Ma tornando a casa, arrotolavo in quella stessa bandiera, esposta per star vicino a chi la pelle l'ha lasciata in un deserto senza gloria e senza amore,  anche qualcosa di me che non ci sarà più. La faccina sbiadita di Mazzola sul ormai grigio, il campetto di periferia, il Presidente bambino e padre, l'acqua sulla pelle, una foto in bianco e nero quadrettata. E non ho arrotolato tra le pieghe della stoffa annerita dallo smog di un'aria spazzata dal vento caldo. Sono campioni i ragazzi dalla pelle liscia. Sono campioni i figli dei miei fratelli. Siamo anche noi campioni, in fondo. Sono anche io campione perchè non ci sei più tu e come Buffon ho parato il tiro più forte. Sono campione perchè non credevo di farcela e forse ancora non ce l'ho fatta. Ma sono qui a prendermi la responsabilità di tirare il rigore. Vanno via i figli di Berlino a vivere le loro vite, come andarono via i figli di Madrid. Siamo campioni. Ma è ancora lunga la strada senza qualcuno che porti per un pò quella coppa. Pesa ancora, ma sono campione, anche se solo per un pò. E non so quanto mi manca. Forse un altro mondiale lungo un sogno.

lunedì, luglio 10, 2006

CAMPIONI

domenica, luglio 09, 2006

Meno in bilico

Quante cose si possono imparare da rumori sconosciuti. Notti al chiuso o all'aperto, ma è sempre la notte che sa parlare con una strana voce ed in fondo siamo fatti di silenzi. Come quando nasciamo e  moriamo. Un attimo prima di salire su questa grande giostra è tutto silenzio attorno a noi. E un attimo prima di scendere, desideriamo solo il silenzio. E cerchiamo spesso, quelle magìe silenziose della notte, quando invece siamo costretti a salire sulla giostra. Queste sono le voci che contano. Voci silenziose e dense di quella malinconia che sono il fresco alito della notte ti sa donare. Ma anche conoscere le vite di chi forse soffre come te e più di te una indicibile ansia di non essere adeguato a comprendere il senso di una strada ancora da battere. E nemmeno sa dove sbattere via la polvere dalle scarpe. Perchè non basta provarci, bisogna anche ripulire, ordinare, razionalizzare e autolimitarsi. Stiamo andando tutti da qualche parte. Sembra che ci andiamo tutti assieme e, questa è forse la più grande illusione. Perchè in fondo ci stiamo andando da soli. Chi è attorno a noi, non vede ciò che noi vediamo, non ama ciò che noi amiamo, non viaggia nel nostro stesso treno, non scende alla nostra stazione. In fondo, siamo sempre e comunque soli, in bilico, come su di un ponteggio sospeso nel vuoto, tra il desiderio di sognare e la necessità di vivere.

Uno sguardo triste, sullo sfondo il mare amico, poco trucco sul viso, una ciocca di capelli neri, e un abbraccio più forte di uno vero. Eravamo meno sospesi sul ponteggio, una notte come tante, ma speciale.

mercoledì, luglio 05, 2006

sfumature sfumate fumai

nel fumo delle mie volute

e sfatto sferrai un attacco

al mio stufato d'animo nero-fumo

martedì, luglio 04, 2006

Appassiranno in un tempo lontano, ancora da venire o forse sono già secchi, marciti in un campo di grano. Non li conservammo, curandoli con il calore del nostro fiato, con l'acqua del nostro cuore piangente. Ma sarà duro il rimpianto. Quando verrà il tempo di guardare ancora una volta indietro. Verso quegli sguardi che rimarranno sempre con noi. E solo con noi.

La canzone dell'amore perduto

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
"Non ci lasceremo mai, mai e poi mai",

vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose
così per noi

l'amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti al sole
di un aprile ormai lontano,
li rimpiangerai

ma sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada
che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato,
per un amore nuovo. 

(Fabrizio De Andrè - 1966)

 

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