
domenica, febbraio 26, 2006Occhi I miei occhi sono verdi, possono essere di un verde cupo, come di un ceruleo vivo, i miei occhi sono però sempre tristi. Anche quando la gioia alberga nel mio animo, essi sembra che celino con il loro velo, il mio reale essere. A nessuno forse è consentito entrare nella mia anima tempestosa, inquieta, ed i miei occhi mi riparano da chi tenta di farlo, dando al volto un'espressione che non è mai specchio del comportamente ma forse sempre della tristezza che c'è in me. E se c'è gioia, non può che esserci anche tristezza dentro, come se c'è tristezza non può che esservi gioia di vivere. I miei occhi vogliono piangere più di quanto non facciano, perchè il verde di un cupo bosco trascolori e torni a splendere il sole sul mio viso. Amo i miei occhi e mi piace pensare che resteranno eterni, quando tutto sarà finito, ad osservare ciò che non vidi, a vivere quel che non vissi, ad essere amati da chi non li amò.
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da alexdio alle ore: 22:52 | commenti (6)
domenica, febbraio 19, 2006Domanda Ho una domanda che mi gira nella mente. in questo tempo in cui mi arrovello di interrogativi, che ne chiama altre e poi altre ancora. E' un domino inarrestabile a volte il gioco preferito dalla mente umana, la mia spesso non trova requie nei semplici fatti, nella patina grigia che avvolge le cose materiali. Le persone che non si chiedono mai il perchè delle cose, che non sanno o non vogliono andare oltre le apparenze e talvolta accettano ciò che accade in modo impertubabile, vivano realmente meglio degli altri? E se no, in cosa consiste il loro "male di vivere"? Cosa li fa star male nella vita? Non so se qualcuno conosce la risposta.
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da alexdio alle ore: 01:53 | commenti (5)
sabato, febbraio 04, 2006Scugnizzi e non solo...
Quarto anno di repliche per il musical “Scugnizzi”, di scena a Napoli al Teatro Augusteo.
Rinnovata la compagnia di cantanti-attori-ballerini che per quasi 3 ore fanno sorridere, stupiscono, commuovono, e strappano corali applausi al pubblico partenopeo, da sempre molto esigente e attento quando siede in platea.
Quello di Scugnizzi è un omaggio alla città, non quello solito, oleografico e stucchevole cui siamo abituati e che forse penalizza più del dovuto la capacità interpretativa della complessa realtà di Napoli a chi non la vive che marginalmente, ma un omaggio forse più reale, autentico e moderno. L’imprescindibile tradizione musicale e teatrale partenopea, si trasfigura e quasi si scolora attraverso la scenografia essenziale ma di grande immediatezza di Gino Landi, in cui il gioco di chiaroscuro del vicolo, con le sue case sempre aperte al mondo esterno, si alterna ai colori e alla luce del terraneo dove la vicenda, appena accennata dal recitativo, si consuma e viene narrata alla perfezione dalla forza espressiva della musica di Claudio Mattone.
E la luce ed il colore sono quelli della musica, che forse più dell’amore stesso, può fornire la voglia del riscatto alla gioventù partita con un pesante handicap alla gara della vita. E il pretesto per svegliare la città dal suo immobilismo delle coscienze in cui sembra precipitare gionro dopo giorno può essere anche il mettere un concertino con improvvisati strumenti musicali d’ogni sorta che viaggia per le sue strade.
Il ragazzino sbandato che esce dal carcere minorile e diviene sacerdote per recuperare gli “scugnizzi” sottraendoli alla malavita (nella magistrale interpretazione canora del figlio d’arte Sal Da Vinci), propone un nuovo modello per superare l’atavica filosofia dell’ “arrangiamoce” in cui le coscienze assopite sembrano navigare immutabili nel tempo. E’ forse un sacerdote “laico”, che si immedesima nel comportamento del vicolo, ne impersona i canoni estetici, linguistici e comportamentali per parlare la stessa lingua dei suoi simili, anche quando sa che lui è stato forse un fortunato nel suo percorso salvifico verso l’emancipazione dal destino. Non è eroe, non vuole esserlo, ma incarna meglio del “boss” del quartiere che gli si oppone, la figura dell’anti-eroe. Ma in questo sta la sua forza e dal sacrificio che gli verrà chiesto, inevitabile come tanti eventi che da secoli sembrano incatenare la città alle sue origini e al suo destino, forse non saprà scaturire un progetto di riscatto, ma avrà di certo prodotto un nuovo linguaggio per i suoi seguaci. Un linguaggio che non rinnega i gesti del popolo e tantomeno le sue debolezze, ma ne esalta la forza espressiva, quella degli sguardi, dei silenzi, delle finte rassegnazioni, delle generosità, della vocalità e del ritmo.
Un linguaggio che rimane sterile se non è accompagnato dal risveglio delle coscienze di una intera società. Quella che tace, nonostante tutto. Attuale come non mai, Scugnizzi, è qualcosa di più di un musical e qualcosa di meno di una retorica denuncia sociale. E’ un nuovo modo di comunicare alla “magnifica gente” che esistono ancora vie da esplorare per riprendersi la propria città ed in sostanza la propria vita.
Un monito anche per l’attuale classe dirigente-connivente della città e della Regione che ha affossato le speranze di ripresa in un sistema di potere in cui la malavita organizzata, è inserita nel tessuto sociale in un sempre più inscindibile e perverso legame. E ancor più un invito al risveglio di quelle coscienze che, se non guidate da una classe intellettuale degna di questo nome, si cullerà nel suo torpore ancora a lungo.
A.
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da alexdio alle ore: 23:08 | commenti (10)
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